Nativi e immigranti

Immigrante: specie in via di estinzione
Fa sorridere l’atteggiamento di alcuni, responsabili di azienda, docenti, professionisti che si arroccano su una torre a difesa del mondo che sta scomparendo: fa sorridere non perché il mondo di ieri era peggiore di quello digitale, ma perché essi non si accorgono che tra 80 anni anche l’ultimo immigrante avrà lasciato questo mondo! Si relazionano esclusivamente al breve intervallo di vita del pianeta che riguarda il loro passaggio sulla terra, esattamente come chi getta una carta a terra e alla critica di “distruggere il pianeta” risponde cinicamente “che me ne frega, tra 40 anni non ci sarò più!”.

Quanto detto è solo per richiamare l’attenzione di tutti affinché tutti possano dare un contributo concreto nell’interpretazione di quanto sta accadendo. I nativi stanno già trasformando molte attività professionali. Non esistono prove concrete per dimostrare che i nativi siano più intraprendenti di chi ha lavorato “nel modo tradizionale” fino a ieri, ma è un dato di fatto che mentre trenta anni fa un ragazzino poteva inventare al massimo una girandola, i nuovi strumenti a disposizione dei nativi li mettono in grado di realizzare imprese straordinarie: si pensi a Mark Zuckerberg[1] che, seppure non propriamente un nativo digitale, è il più giovane delle persone più ricche al mondo! I nuovi strumenti e le nuove possibilità dell’era digitale danno la possibilità a ragazzi visionari (che probabilmente sono sempre esistiti) di realizzare grandi imprese (per lo più imprenditoriali).

L’approccio imprenditoriale dei nativi digitali è completamente diverso da quello dei loro genitori e dei loro nonni: la differenza sostanziale è, ancora una volta, la collaboratività – Facebook non è opera del solo Zuckerberg! Cosa vuol dire collaborare? Facebook, come tanti altri “prodotti” digitali non è affidato al solo lavoro dei programmatori dell’azienda, ma le cosiddette Open API (Application Programming Interface) consentono a chiunque ne abbia la capacità di sviluppare integrazioni, moduli, ampliamenti. Lo stesso discorso possiamo farlo con Google o se pensiamo alle centinaia di Apps disponibili per i dispositivi mobile basati su Android o su Apple. Da un certo punto di vista non c’è niente di nuovo: già Microsoft ha da sempre consentito lo sviluppo di applicativi che potessero girare sui suoi sistemi operativi. La grande novità di Facebook e dei suoi “fratelli” è certamente internet, la rete, l’interconnessione! È il passaggio al web 2.0! Se le vecchie imprese prima ignoravano i gruppi informali di nativi digitali riuniti sul web, oggi si scervellano per trovare il modo di monetizzare il loro entusiasmo. Le aziende che oggi non forniscono un circuito di feedback ai loro clienti (per lo più nativi digitali) perdono l’opportunità di imparare e, quindi, aggiustare il tiro col rischio di restare tagliati fuori dal mercato: ancora una volta non può essere ignorata la naturale tendenza dei nativi a collaborare e comunicare. Il circuito di feedback è una caratteristica essenziale dei servizi più amati dai nativi digitali. Seguire questa traccia aiuta gli operatori di mercato più lungimiranti a mettersi al passo con i propri clienti.

Tra pochi anni i primi nativi digitali entreranno nel mondo del lavoro: cresciuti in mondo collaborativo, potranno trovarsi a disagio in una struttura gerarchica. Il mondo del lavoro dovrà confrontarsi con questa nuova sfida! Le aziende leader del settore tecnologico guardano ad una configurazione lavorativa nella quale non ci sarà più distinzione tra lavoro e non lavoro, gli strumenti che verranno utilizzati per il lavoro saranno gli stessi utilizzati nella vita di tutti i giorni!

Responsabilità degli immigranti: lasciare come eredità la capacitò di un utilizzo “critico” delle tecnologie
Nessuno ha ancora sperimentato l’effetto del vivere una vita tutta mediata dalla rete. I nativi di oggi saranno i primi a sperimentarne i risultati e noi, immigranti, siamo già una specie in via di estinzione. Genitori, psicologi, educatori, insegnanti ed imprese hanno motivi legittimi per preoccuparsi per quanto sta accadendo ai più giovani. I media incentivano questa paura e la scarsa competenza di molti immigranti la ingigantisce ancora di più. È necessaria una valutazione seria e misurata, è necessario confrontare le reali minacce e le reali opportunità del mondo che sta venendo. Tra cento anni l’ultimo immigrante sarà scomparso dal pianeta: in questo breve tempo abbiamo il dovere di lasciare una traccia: non si tratta di dire ai nativi ciò che è giusto perché probabilmente si tratta di una valutazione che non è possibile fare fino in fondo, ma si tratta di lasciare una traccia che sarà in grado di permanere, un solco che sia una testimonianza di quanto oggi percepiamo. Questa traccia sarà il dato di partenza, un giorno, per una riflessione matura.

Molti governi stanno cercando di bandire pubblicazioni e contenuti con una lotta in perfetto stile caccia alle streghe. Sembra di assistere ad una scena ripescata dal Medioevo con pire di libri messi al bando. Purtroppo, o meglio per fortuna, questo non è stato possibile e non lo è oggi: l’obbiettivo deve essere piuttosto, contestualizzare, dotarci di strumenti interpretativi e metterli a disposizione dei nativi, lasciando a loro le modalità ed opportunità di utilizzo.

Si possono dare dei consigli pratici. Anziché bandire le tecnologie o permettere che i bambini le utilizzino da soli in camere, genitori ed insegnanti devono fare in modo che proprio i nativi siano  la loro guida in questo mondo tecnologico, per poter così supportare i più piccoli nella costruzione dei migliori strumenti interpretativi. A ben vedere non è cambiato niente con le nuove tecnologie: la presenza reale di un adulto è stata da sempre e sempre sarà, probabilmente, la chiave di volta per l’interpretazione del cambiamento. Di certo, nel mondo che viviamo, anche istituzioni e legislatori, le aziende che producono tecnologia (si pensi soprattutto alle software-house) hanno una responsabilità grandissima. La prima cosa importante è che gli adulti sappiano abbastanza da risultare credibili. L’atteggiamento di molti adulti, genitori e non, è stato ed è, tutt’oggi, di disinteresse nei confronti delle tecnologie, di internet e di tutto quanto oggi rappresenta spessissimo motivo di preoccupazione. Risulta evidente che un adulto non può cercare di “risolvere un problema” senza conoscerne la natura, non può pensare di cercare un contatto con un ragazzo senza condividere con lui il nuovo spazio virtuale che sempre più spesso abita. Grande responsabilità è quella delle aziende produttrici di tecnologia che dovrebbero riflettere sempre attivamente sulla natura e sulle conseguenze del loro lavoro adottando linee di completa trasparenza rispetto alle modalità di gestione delle informazioni degli utenti prese in consegna e garantirne, al contempo, una assoluta sicurezza. Ci sono stati casi di furti di dati personali. Il problema è poi reso ulteriormente complesso dal fatto che si fa globale: una volta messi in rete, i dati divengono accessibili da qualsiasi parte del mondo e il fatto che non esistano regolamentazioni condivise tra i vari Paesi rende la questione ancora più delicata.

Un punto importante: l’adulto deve aiutare i più piccoli a comprendere l’impatto che l’agire in rete, ha sulla costruzione dell’identità, o meglio, delle identità e che queste saranno, con tutta probabilità, sempre visibili per chiunque abbia “interesse” a cercarle.

Rispetto alla questione della privacy diventa fondamentale partire dal buonsenso.
Una delle soluzioni più promettenti è valorizzare l’attivismo e l’apprendimento tra coetanei: utilizzare la naturale propensione dei nativi alla socialità – motivo che li spinge ad utilizzare la rete – per stimolare la loro capacità di trovare risorse al fine di attuare un cambiamento nelle modalità di utilizzo dello spazio virtuale. Nel settembre 2006 Facebook ha introdotto le cosiddette news feed che trasmettono i cambiamenti dei profili e le attività degli amici. Ci fu una reazione degli utenti che portò alla creazione di un gruppo (creato con gli stessi strumenti che Facebook mette a disposizione) di 750.000 membri che riuscì a dar voce alla preoccupazione riguardo ai news feed. La dirigenza di Facebook si diede immediatamente da fare per potenziare i controlli sulla privacy.

E’ giusto che i genitori monitorino i loro figli? Questa domanda è molto frequente e questo approccio appare di certo attraente. Non c’è niente di nuovo in questa domanda se non che sono cambiati i luoghi “da controllare”e le modalità con cui effettuare i controlli.
Monitorare l’attività dei ragazzi potrebbe danneggiare i rapporto di fiducia tra genitori e figli ma questo è vero anche off-line! È anche vero che oggi, e lo sarà ancora di più in futuro, esistono molti più strumenti di controllo.

Una delle preoccupazioni più grandi dei genitori riguarda la sicurezza dei loro figli. L’obbiettivo è quello di garantire ai più giovani, ma non solo a loro, le giuste competenze e gli strumenti efficaci per esplorare questi nuovi spazi virtuali, ma anche, come da sempre, quelli reali.  Il rischio che si corre è quello che i giovani siano impreparati a gestire e digerire le numerosissime e forti sollecitazioni dei nuovi spazi virtuali col pericolo di riportare danni psicologici o fisici, inflitti “off-line” da chi ha precedentemente individuato la sua vittima on-line. A titolo di esempio: qualche decennio fa un ragazzo alla ricerca di materiale pornografico avrebbe dovuto trovare denaro contante ed un edicolante compiacente, mentre oggi c’è una grande facilità di accesso a questi contenuti. Probabilmente questa iper-disponibilità sta trasformando, negli adolescenti di oggi, la percezione stessa del sesso che diventa una cosa facile da “studiare” e facile da sperimentare in un gruppo alla pari che, munito di chat e webcam comincia, in età sempre più giovane a sperimentare contatti intimi virtuali, per poi passare, con un breve passo, a quelli reali. L’anonimato dell’esperienza on-line produce quello che gli psicologi chiamano “effetto disinibitorio”, qualcosa che tende ad azzerare tutte quelle piccole barriere che rendevano “faticoso” un approccio graduale nel mondo reale. Ma questo è solo un esempio, si pensi ai contenuti violenti reali e virtuali  – quelli dei videogames ad esempio. Il 16 aprile 2007 Seung-Hui Cho colpì trentadue dei suoi compagni aprendo il fuoco nel campus del Virginia Tech, ferendone alcuni ed uccidendone altri. In seguito a questo episodio, qualcuno puntò il dito contro Counter-Strike, un gioco “sparatutto”, ma gli studenti che vivevano nel campus riferirono di non aver mai visto Cho giocare ai videogames. La ricerca dimostra una relazione tra i contenuti violenti cui è possibile accedere grazie alle tecnologie digitali e la formazione di attitudini che rischiano di sfociare in condotte violente. Uno dei modelli teorici più completo per la descrizione di questo fenomeno si chiama GAM (General Aggression Model). I bambini, si sa, imparano per imitazione, da chiunque osservano: genitori, fratelli, coetanei e anche personaggi mediatici e virtuali. I videogiochi “sparatutto” potrebbero, in particolare, allenare a schemi di pensiero e motori aggressivi. Interviste effettuate a nativi che sono anche giocatori incalliti di “sparatutto” hanno messo in evidenza alcuni fattori: il primo è che questi bambini danno l’assoluta impressione di essere svegli , riflessivi e loquaci; il secondo è l’incredibile capacità nel passare, con grande rapidità, da una tranquilla chiacchierata su internet alla descrizione dei contenuti dei giochi che tanto li appassionano con descrizioni minuziose di particolari senza mostrare variazioni nel tono di voce rispetto agli altri argomenti. Un modo per aiutare i nativi rispetto a questo fattore è quello di sfruttare la naturale socialità di questi giochi: ancora una volta il genitore – l’educatore in genere – deve lasciarsi coinvolgere per cercare un punto di contatto perché solo in quel momento riuscirà a trovare un dialogo – chi ha visto un bambino, un ragazzo o anche un adulto giocare ad un videogame sa bene quanto sia identificato e quanto sia difficile interagire con lui!. Come è successo per la televisione, i genitori hanno la responsabilità, quando possibile, di filtrare i contenuti violenti/inappropriati soprattutto per i più piccoli e fornire spiegazioni: il genitore/educatore deve fornire risposte vere; deve essere lui stesso ad educarsi, a venir fuori. I bambini sono affamati di risposte vere, il “non si fa” non leva la sete naturale che muove un bambino a fare una domanda. Il genitore non deve educare (portar fuori) il bambino perché il bambino, quello molto piccolo, è già educato, deve semmai aiutarlo a formarsi! Quello che deve educarsi è il genitore perché negli anni ha smesso di essere fuori e si è rinchiuso dentro, ha smesso di avere interesse ad ascoltare risposte perché a troppe gli è stato risposto “non si fa”. Il genitore (l’adulto) deve portarsi fuori e solo allora potrà intraprendere un dialogo significativo col bambino.

Gli educatori possono fare qualcosa in più con programmi di alfabetizzazione informatica!

Un tema molto ricorrente è quello del bullismo e si ritiene spesso che le nuove tecnologie abbiano esasperato questo problema. In realtà non esistono dati concreti che facciano pensare che oggi ci sia più bullismo che in passato: pare verosimile che il bullismo abbia trovato, in questi nuovi strumenti, nuovi canali di manifestazione. Resta un dato di fatto che il gran numero di informazioni che i ragazzi rendono pubbliche su se stessi risultano essere preziose per i cyber-bulli che se ne avvantaggiano per le loro incursioni. Gli strumenti a nostra disposizione per ridurre al massimo i rischi legati alla sicurezza on-line sono vari ed agiscono a vari livelli:

- la prima strada è sicuramente la formazione: fornire ai giovani una progressiva conoscenza del mondo che abitiamo e le competenze giuste per interpretarlo correttamente;

- la seconda è fare in modo che tutti diventino padroni delle tecnologie al fine di utilizzarle come strumenti di difesa contro i rischi che le tecnologie stesse portano;

- la terza è relativa a norme sociali nuove, calibrate sulla vita on-line;

- la quarta è legata alla legislazione che deve produrre apparati  normativi adeguati.

La difficoltà maggiore è probabilmente legata al fatto che ci troviamo a confrontarci con problematiche sostanzialmente nuove e non sappiamo quanto sia giusto frenare e quanto lasciar sviluppare: non abbiamo ancora riferimenti chiari e, in questa incertezza, dobbiamo, forse, in questa prima fase, affidarci al buon senso e cominciare semplicemente ad osservare senza pregiudizi. La responsabilità di genitori, educatori ed insegnanti sta nel dover recuperare il gap conoscitivo delle nuove tecnologie rispetto ai nativi. Senza questo primo passaggio sarà impossibile qualsiasi riflessione misurata. Gli immigranti necessitano di alleati capaci di trasferire loro una conoscenza profonda, teorica e tecnica, di tutte le nuove tecnologie; solo allora sarà possibile cercare un dialogo vero con i nativi. Formazione per gli adulti e quindi formazione continua, perché i giovani di oggi, adulti di domani, avranno necessità di interpretare il nuovo che sarà, proprio come gli immigranti di oggi necessitano di interpretare il nuovo che è! Genitori inesperti tendono di marginare il problema controllando in maniera ravvicinata i figli ma una tale forma di controllo è di certo controproducente – on-line come off-line.

Altro errore è quello di lasciare i più giovani in totale balia dello spazio digitale perché pensano le loro attività in quella dimensione come diverse rispetto a quelle dello spazio reale.  Importante è trovare un coinvolgimento con i propri figli che non sia mai invadenza.

Certo lo sforzo più incisivo dovrebbe venire dalle stesse imprese che producono tecnologie perché queste imprese potrebbero integrare nelle loro modalità di sviluppo strutture per mettere i giovani in condizione di trovare, nelle tecnologie stesse, percorsi di apprendimento sul giusto utilizzo dei nuovi spazi digitali. Per fortuna alcune aziende in parte applicano questi criteri: Facebook e MySpace lavorano in questa direzione. MySpace mette a disposizione dei genitori un pacchetto di strumenti chiamati “Zephyr” che consentono di monitorare le informazioni più importanti che i figli immettono nel sistema.

Esiste la possibilità di far navigare i bambini con browser speciali, come kidroket.org, che garantisce una sicurezza sul tipo di contenuti navigabili.

Microsoft ha avviato un tour chiamato “Get Net Safe”  organizzato da una task force di investigatori privati, ex magistrati, esperti legali e di tecnologie. Sempre Microsoft ha realizzato il sito staysafe.org per fornire informazioni utili a grandi e piccoli: cosa importante è che questo sito è stato creato da un nativo! Second Life ha predisposto un’area del suo mondo virtuale dedicata ai più piccoli chiamata “Teen Grid” o “Teen Second Life (TSL)”, una regione costantemente sorvegliata al fine di evitare la presenza di contenuti adatti ad una utenza adulta. Sempre negli Stati Uniti il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani ha reso disponibile ai genitori un sito web ricco di consigli pratici. Esistono una serie di filtri per i più piccoli, browser come Net Nanny e CyberPatrol, motori di ricerca come Ask for Kids e Yahooligans, strumenti di syndacations e aggregatori di contenuti.

Tutti questi strumenti sono utilissimi per difendere i nativi da un impatto brusco con la rete presa nel suo insieme, ma fino a che punto è possibile celare una parte di ciò che, di fatto, continua ad esistere dietro queste barriere? Tutti questi strumenti possono essere usati non come soluzione definitiva ma come supporto alla responsabilità educativa degli adulti.

Non è più possibile tenere i media lontani dal circuito della formazione curriculare. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono abbastanza potenti da scavalcare le istituzioni formative stimolando ad una sorta di autoeducazione. I potenti mezzi messi a diposizione dalle tecnologie hanno reso possibile la manifestazione di quelle che Henry Jenkins chiama culture partecipative, caratterizzate dalla straordinaria capacità di cercare, manipolare, creare e condividere contenuti.

Agli occhi di molti immigranti tutte queste attività sembrano “perdite di tempo” o comunque “altro” rispetto alle “cose da fare”. In realtà, nel nuovo modo di vivere la vita, i nativi digitali ricompongono la loro identità, sperimentano diverse modalità di relazioni sociali, testano la loro capacità di coinvolgere l’altro.

Uno sguardo superficiale può vedere, nella distanza tra nativi e immigranti, come gap da colmare, esclusivamente qualcosa che ha a che fare con l’utilizzo degli strumenti informatici. Si è portati spesso a ritenere che si tratta esclusivamente di un discorso di alfabetizzazione informatica. Questo digital divide non ha tanto a che fare con le capacità tecniche di utilizzo di questi strumenti, quanto con le possibilità che ne scaturiscono a livello di socializzazione, partecipazione, condivisione, conoscenza di sé e dell’altro ed interessa tutti gli ambiti della società .

Oggi più che mai l’educazione non può essere più vista come un processo che dura per un tempo finito della vita; nell’ottica del lifelong learning risulta necessaria l’acquisizione di una competenza digitale che consista nella capacità di usare criticamente la tecnologia nell’ambito di tutte le dimensioni della vita. Accanto alla conoscenza tecnica che garantisce l’accesso alla tecnologia, va sviluppata una attitudine critica che ne consenta un uso consapevole, al fine di sfruttarne a pieno le potenzialità e mettersi al riparo dai rischi.

Risulta immediatamente evidente che uno sforzo importante in questa direzione dovrebbe essere fatto dalle istituzioni senza che questo si riduca ad una maggiore presenza delle discipline informatiche nelle attività curriculari: l’uso delle tecnologie dovrebbe diventare trasversale rispetto ai contenuti delle varie discipline, tanto più oggi che l’utilizzo degli strumenti risulta essere sempre più “naturale”. Lo sforzo maggiore – e in questo gli immigranti hanno qualcosa da offrire – deve orientarsi al nutrire una comprensione critica, alla comprensione delle nuove forme di linguaggi che si stanno sviluppando, alla promozione di una vera dimensione creativa. Col termine media literacy si intendono proprio queste abilità e competenze che sono il frutto della media education così come è stata intesa finora.

 Qualità dell’informazione
La maggior parte dei nativi sembra non percepire l’importanza della qualità dell’informazione: frequentissime sono frasi come “L’ho letto su Internet!” che lasciano intuire la perdita ad un riferimento preciso, ad una fonte da poter riprendere, successivamente, per un ulteriore indagine. I nativi sembrano a loro agio in un mondo di informazioni in costante cambiamento dove la stessa cosa può assumere forme diverse nel giro di poche ore. La maggior parte dei giovani cerca su internet informazioni delle quali è difficile parlare con gli adulti: droghe e sesso in primis. La difficoltà di parlare di argomenti del genere con adulti e di trovare risposte soddisfacenti è sempre esistito ma oggi i più giovani trovano, sul web, molteplici risposte alle loro domande, non tutte pertinenti e affidabili. Ancora una volta la responsabilità di genitori, istituzioni e imprese tecnologiche è di dare ai giovani la possibilità di effettuare una scelta consapevole delle fonti disponibili. Risulta fondamentale trasmettere un atteggiamento di sano scetticismo nei confronti di qualsiasi informazione, non solo quella on-line; uno scetticismo che non è fatto di rifiuto ma di verifica. E forse a dover maturare questa forma di scetticismo sono proprio molti adulti!

Quali sono questi strumenti non è possibile dirlo con facilità se si considera, ad esempio, che anche gli adulti hanno difficoltà a determinare la qualità di un’informazione. La possibilità di valutare la qualità di un’informazione è data, in linea di massima, solo dopo averla “consumata”. I sistemi alla base del web 2.0 che, tramite i meccanismi di reputazione[2] aiutano certamente a migliorare il problema della scelta come avviene nei portali come ebay, amazon, booking, ecc. Questa modalità, vista in prospettiva, porterebbe ad una totale decentralizzazione dell’attendibilità di un’informazione: come avviene per una contrapposizione tipo Enciclopedia Britannica/Wikipedia, potrebbe accadere che tutta la conoscenza verrà costruita sulla base di modelli democratici di condivisione: il principio base a garanzia della qualità dell’informazione in Wikipedia è il NPOV (Neutral Point of View) che punta alla formulazione delle voci all’interno dell’enciclopedia senza pregiudizi: è l’interazione in seno alla community, nei forum di discussione, che garantisce la risoluzione di eventuali controversie (e in estrema battuta con l’intervento di un comitato di mediazione o, come ultimo stadio, col diritto di veto del fondatore Jimmy Wales).


[1] Mark Elliott Zuckerberg è un dirigente d’azienda e imprenditore statunitense, fondatore di Facebook.  Nel 2008 la rivista statunitense Forbes lo ha nominato “Il più giovane miliardario al mondo” Al 2011, ha un patrimonio netto di 17,5 miliardi di dollari e possiede il 24% delle azioni di Facebook. Nato in una famiglia di origini e tradizioni ebraiche, si considera ateo.

Quando era studente ad Harvard co-fondò il sito di social networking Facebook con Eduardo Saverin e con l’aiuto del collega e specializzato in informatica Andrew McCollum, insieme ai compagni di stanza Dustin Moskovitz e Chris Hughes. Oggi è amministratore delegato di Facebook.

Nel 2009, lo scrittore statunitense Ben Mezrich pubblicò il libro Miliardari per caso – L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento, in cui descrive la vita di Mark Zuckerberg e la nascita di Facebook. Da tale libro, divenuto bestseller, venne tratto il film The Social Network diretto da David Fincher e distribuito nel 2010, in cui Zuckerberg venne interpretato da Jesse Eisenberg.

Nel dicembre 2010 la prestigiosa rivista statunitense Time lo elesse “personaggio dell’anno” dedicandogli la copertina, nonostante Zuckerberg fosse arrivato al decimo posto in classifica, ricevendo solo un ventesimo delle preferenze che gli utenti avevano invece rivolto a Julian Assange. Nel marzo 2011 i suoi avvocati ingiunsero alla M.I.C. Gadgets, società produttrice di un pupazzetto di plastica (action figure) dalle sembianze di Zuckerberg, di bloccare la vendita di tale gadget, in quanto avrebbe violato le leggi sul diritto d’autore inerenti a Facebook, delle quali fanno parte lo stesso Zuckerberg e il suo aspetto fisico ed immagine. L’oggetto, subito ritirato dal mercato e distrutto, era stato prodotto in 300 esemplari e venduto al prezzo di 69 dollari.

[2] I sistemi di valutazione permettono agli utenti di effettuare una scelta, ad esempio per un acquisto di un libro, di un cd o di un volo aereo, sulla base dei giudizi forniti, per quello stesso prodotto/servizio, da altri utenti.

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