NATIVI DIGITALI

Tonino Cantelmi[1]  ha spiegato all’agenzia Adnkronos Salute che si sta presentando alla ribalta della storia una nuova umanità figlia di cellulari e videogiochi, che ha già un cervello diverso dal nostro, più sviluppato per certe facoltà e meno per altre; sono i cosiddetti “nativi digitali”, figli della “generazione di mezzo” e nipoti dei “predigitali” e  hanno un apprendimento più percettivo e meno simbolico, e sono dotati di abilità viso-motorie eccezionali. Una volta adulti – aggiunge – saranno spesso uomini e donne incapaci di riconoscere le emozioni interne, ma abilissimi a rappresentarle». Inoltre saranno ragazzini e poi giovani «multitasking», capaci di utilizzare contemporaneamente vari mezzi tecnologici senza timore o paura[2].

Per la generazione dei nativi digitali, che in questi anni sono ancora sui banchi di materne ed elementari, «le emozioni non sono vissute, ma piuttosto rappresentate. Saranno abilissimi a tecnomediare le relazioni; ma Cantelmi prevede che  comunicare con loro sarà difficile sia per la generazione di mezzo, sia per i predigitali». Infatti l’uso di vari strumenti tecnologici fin da bambini attiva aree cerebrali differenti e predispone a svelare senza fatica i segreti delle strumentazioni più high-tech. Tutti genietti del computer, dunque? «Non solo, questa generazione,  aggiunge lo psichiatra,  nasce con l’esperienza della democrazia dal basso. La pressione del gruppo di coetanei con cui si condividono le chiacchiere digitali sarà fortissima, e presto sulla rete si commenteranno eventi e avvenimenti, piccoli e grandi, dall’uscita di un film in 3D, all’apertura del negozio sotto casa. Il futuro dei nativi digitali, secondo Cantelmi, è sempre più scritto nei blog. E la Rete «muterà per alimentare le passioni e i modi di socializzazione di questa generazione in crescita, affamata di novità  e bravissima a sintetizzare con un’icona i suoi messaggi al clan degli amici», via e-mail o su telefonini sempre più ricchi di applicazioni.

La definizione di Nativi Digitali è stata coniata, nel 2001, da Mark Prensky, in riferimento al dibattito sulla trasformazione delle istituzioni educative negli Stati Uniti.
Università e fondazioni hanno sviluppato, nel corso dell’ultimo decennio, ricerche dedicate a questo tema; tra le più importanti: Digital Natives del Berkman Centre for Internet and Society della Harvard University (sponsorizzato dalla McArthur Foundation e dalla Microsoft), il Project New Media Literacies (NML) della McArthur Digital Media and Learning Initiative, il progetto Comparative Media Studies Program del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e il Pew Research Center’s Internet & American Life Project.

La trattazione dell’argomento parte dalla considerazione che l’assetto culturale-scientifico-tecnologico dell’attuale “mondo digitale” è frutto di una millenaria evoluzione culturale – prima molto lenta, successivamente sempre più veloce, fino a diventare vertiginosa nell’ultimo ventennio – evoluzione che ha portato l’“homo sapiens sapiens” dalle origini della nostra storia a trasformarsi nell’“homo digitalis” dei tempi futuri, passando per i “nativi digitali delle generazioni nate dal 2000 in poi.

La trattazione inizierà con un breve excursus sulle tappe più significative della storia dell’uomo, per soffermarsi poi sull’analisi degli aspetti dell’attuale cultura scientifico-tecnologica-digitale, sulla sua incidenza nei cambiamenti dell’assetto sociale e  sulle possibili prospettive future. Tema centrale sarà la figura del “nativo digitale”. Il “nativo digitale” è la  persona che già alla nascita viene a contatto con la nuova tecnologia, a differenza di chi, l’”immigrante digitale”, già culturalmente formato, viene a contatto col nuovo universo tecnologico accettandone con maggiore o minore difficoltà le regole. La differenza tra nativi e immigranti digitali ha ragion d’essere ancora per un ristretto numero di anni: tra  molto meno di 100 anni anche l’ultimo immigrante, almeno in occidente, sarà “estinto”. Probabilmente ci saranno nuovi immigranti nei paesi che sono oggi in via di sviluppo e dove non ci sono ancora nativi. Probabilmente ci saranno ancora per molti anni nativi ed immigranti: i primi tenderanno sempre più ad allargare gli usi delle tecnologie, mentre gli immigranti saranno portati a confrontare costantemente il nuovo con i confortevoli riferimenti di cui hanno esperienza. Un nativo si riconosce immediatamente: gli risulta più facile mandare un messaggio che “alzare la cornetta” per confermare un appuntamento con un amico. A differenza della maggior parte degli immigranti, i nativi non fanno distinzione tra on-line ed off-line, ma percepiscono questi due momenti delle loro esperienze come un continuum.

Si tratterà adeguatamente della trasformazione del cervello e delle sue funzioni e della incidenza delle nuove tecnologie sul mondo futuro.

Particolare spazio sarà dato alla didattica partendo dalle esperienze in corso.

In conclusione si accennerà al problema del necessario superamento della contrapposizione fra cultura tecno-scientifica e cultura umanistica nella prospettiva della nascita di un nuovo umanesimo che abbia come fine la valorizzazione dell’uomo anche dei paesi attualmente sottosviluppati.


[1] Tonino Cantelmi è docente di psichiatria dell’Università Gregoriana di Roma e presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici.

[2] Tonino Cantelmi  «L’immaginario prigioniero» (Mondadori), scritto con la psicoterapeuta Maria Rita Parsi.

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